Mercoledì 10 giugno la trasmissione Radio3Scienza ha mandato in onda un servizio sulla Biblioteca Malatestiana di Cesena.
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Settimana scorsa si è svolta la Festa dell’Architettura a Forlì, meritoria iniziativa organizzata dagli Ordini degli Architetti di Rimini, nella quale sono stati coinvolti gli studi di architettura locali, così da mostrare alla cittadinanza quello che viene costruito, ristrutturato modificato nel territorio locale, una mostra locale, ed un dibattito incentrato anche sul consumo di suolo. Venerdì ho assisto ad una conferenza organizzata dagli Ordini degli Architetti di Rimini, dov’era presente MoDus Architetti che hanno illustrati i propri progetti.
L’introduzione dei crediti formativi ha, obtorto collo, aumentato le occasioni di confronto e conoscenza sul sull’architettura, sul fare architettura, sulle caratteristiche dell’architettura.
Oggi leggo questo articolo “DI OGM, spalline e direttori di giornale” che con l’architettura non ha nulla a che vedere, ma pone l’accetto sull’onesta intellettuale e su come gli argomenti, in questo caso relativi a fatti scientifici, sono “raccontati” dai giornalisti, da chi ha il compito di raggiungere tutti gli strati della cittadinanza. Il Dibattito sugli OGM ha, secondo me, forti connotazioni politiche, di visioni del mondo contrapposti, rispetto ai quali le questioni meramente scientifiche sono strumento, o pretesto, per l’una e l’altra visione. L’utilizzo di argomentazione scientifiche, con linguaggio scientifico, avvita la discussione tra gli specialisti.Vinceranno i fatti, come è successo con Galileo e con Planck.
Nell’ambito della mia professione, nell’ambito architettonico, noto lo stesso processo di avvitamento (o quantomeno il rischio di tale avvitamento) nel trattare e divulgare l’architettura. Alle mostre ed ai convegni di architettura partecipano gli architetti, che parlano di cose architettoniche in maniera architettosa, si affrontano i dettagli tecnici, la composizione, la riduzione dell’impatto, si usano terminologie-slogan “Rigenerazione”, “Riqualificazione”, ed anche “Riduzione del consumo di suolo”, “Consumo zero”,
e fuori da questo linguaggio specialistico, all’estasi dell’estetica, c’è la realtà e la chiusura.
La chiusura della discussione rispetto alle altre cose che accadono nel mondo e che hanno a che fare con l’architettura, le scelte politiche (con l’incapacità o difficoltà dei politici a comprendere il linguaggio architettonico che non gli è proprio), le ricadute nell’uso e trasformazione della città e del territorio dagli edifici, le possibilità tecniche, le relazioni con altre conoscenze scientifiche, tecniche, storiche,
così mentre MoDus descriveva un progetto di residenza per persone con malattie mentale, descriveva/raccontava i criteri progettuali, nel racconto non vi erano riferimento, correlazioni tra le proprie scelte con la malattia, le necessità dei malati, o come questi percepiscono la propriocezione della sequenza degli spazi, la discussione verteva esclusivamente su criteri estetici, eppure sono argomenti interessanti,
divagando con gli aneddoti,
alla Festa dell’architettura, nella mattina, è stato in alcune slide il progetto di Renzo Piano a Trento, il Quartiere le Albere,
ma quando ci sono stato ho notato che quasi tutte le piante sui balconi erano secche, gli impianti erano a vista all’estradosso nei solai al primo piano, ed il quartiere quasi disabitato; e nel pomeriggio un relatore, non ricordo chi, ha citato il progetto di Piano, affermando che le tipologie ed il taglio degli appartamenti del Quartiere non era quello che piaceva ai cittadini di Trento, ed i cittadini non li hanno comprati. Due frasi che hanno demolito l’intero discorso del relatore della mattina. Il progettista non aveva tenuto conto del contesto locale, una sola affermazione ha mostrato come la fiducia nella tecnica (lì dove in architettura la tecnica ha assunto una connotazione fortemente estetica, e non tecnica) non è sufficiente, e spiega la sensazione di abbandono che si ha visitando il quartiere. Bello, ma però ….
L’architettura (manteniamo sto termine vago) dovrebbe dialogare con gli altri “saperi”, in particolare con quello scientifico (ma forse per mia deformazione persone e per già sovrabbondante deriva “umanistica”) e necessità, disperatamente, di divulgatori che non parlino solo in linguaggio “architettonico”, che non affrontino solo questioni estetico-architettoniche, che non si affidino in maniera assertiva agli slogan, o alle parole d’ordine, che spieghino l’architettura a qualcuno che non sia un architetto,
altrimenti porzioni di città e di territorio, e le questioni architettoniche, rischiano di essere trattati con lo stesso interesse che si ha nell’abbinare il colore delle tende a quello del sofà.
Kristian Fabbri
(Riproduzione riservata. Il materiale contenuto è consultabile e riproducibile a patto di citarne fonte ed autore ed i relativi link)
Agosto 2014. In Iraq fondamentalisti islamici massacrano le comunità cristiane. L’instabilità dell’area avvantaggia i produttori di petrolio dato che la mancanza di un governo Iracheno, riduce la capacità di estrazione, per la legge del mercato, per la legge della domanda e dell’offerta ad una minore offerta, la volatilità del prezzo delle commodities dell’energia, facilita le speculazioni finanziarie. Le rivendicazioni religiose, alimentano le pance vuote dei fondamentalisti.
Agosto 2014. In Libia, il disordine del paese e le lotte tra clan favoriscono l’immigrazione clandestina contrastata dall’operazione Mare Nostrum.
Agosto 2014. In Ucraina, alla frontiera, un convoglio di aiuti umanitari attende l’autorizzazione ad entrare nel paese per portare aiuti e derrate alimentari, ultima fase di una battaglia tra Russia ed Ucraina, tra Russia e paesi occidentali, in particolare con l’Europa e la Germania, legata a doppio filo con il cordone ombelicale delle pipeline del metano dall’Ucraina. Tace Israele, i palestinesi, e la Siria. Silenzio dalla Cina che ancora non ha pipeline dirette con la Russia, ma già ha pensato di stringere le mani agli oligarchi russi. Tace il petrolio ceceno e nigeriano.
Di fronte a questo silenzio, io, che mi occupo di architettura, di edifici di cosa dovrei parlare ? è agosto, è passato un luglio instabile, meteorologicamente instabile, indifferente alle guerre, al petrolio ed al gas metano. Lo stesso gas metano che, fra qualche mese, userò per alimentare la caldaia, una caldaia tradizionale, con camera stagna ma non a condensazione, buttando una percentuale importante del gas, una percentuale di quella guerra, nel fumo di combustione. Così come ora utilizzo parte dell’energia elettrica prodotta dalle centrali termoelettriche alimentate a gas metano, per la maggior parte.
L’Italia, lungimirante, è il paese con la più estesa metanifera del mondo, quasi il 90% del territorio italiano è servito direttamente dalle pipeline del gas. Nelle cucine degli italiani, insieme agli spaghetti ed al pomodoro, alle orecchiette o alla ribollita, brucia il gas che arriva dalla Norvegia, dalla Libia, insieme ai migranti, da Ravenna, per distrarre i turisti sulle motonavi, e dalla Russia. In buona parte, dalla Russia.
La rete metanifera si è estesa durante il boom economico, ed è stata completata, per la maggior parte, negli anni settanta. In contemporanea con la prima legislazione in materia di contenimento energetico del 1976. Ironia della sorte, quando fu possibile vendere il gas a tutti, la nazionalizzazione delle imprese energetiche, portò il tutto al monopolio. L’edilizia ne approfittò subito e così insieme al frigorifero ed alla televisione, entrarono in casa la cucina economica a gas e le caldaie, dapprima centralizzate e poi, dopo il 1991, autonome. Milioni e milioni di caldaiette vennero installate per bruciare il gas naturale. Gli impianti autonomi hanno il vantaggio di pagare solo il gas che si utilizza, e così se non ci sono abbastanza soldi è possibile decidere rimanere al freddo, rimanere in una stanza dove le pareti, un doppio forato uni, da trenta centimetri, se va grassa di aver messo tre centimetri di isolante, sono così gelate che è come avere le finestre aperte. E le finestre aperte non bastano nelle giornate afose di luglio e di agosto, e così, ancora una volta si ricorre agli impianti, agli split system, o condizionatori autonomi, per fare fresco. Chi può installarli, e consumare la corrente elettrica estiva. Le case come gli uffici e come i centri commerciali, energia per supplire alle mancanze dell’edificio, dei muri troppo sottili, delle coperture che assorbono il calore diurno per surriscaldare gli ambienti di notte. Trascurati nella progettazione, così attenta alle dimensioni dei muri e della rendita, gli impianti termici, si aggiungono continuamente, riscaldamento, raffrescamento, negli edifici esistenti sono come piante rampicanti, tubazioni che si inerpicano, dall’esterno verso l’interno, verso cavedi e locali tecnici. Grandi quanto basta a supplire alle ridotte dimensioni dei muri, delle copertura, quanto basta a sostituire il progetto dell’architettura. Gli impianti tecnici sono una possibilità offerta dalla tecnica per integrarsi con l’architettura, quando diventano una necessità per supplire alle de-efficienze degli architetti, a quello che l’architettura non è più in grado di fare, se si limita ai soli muri.
Una progettazione accurata può ridurre il fabbisogno di energia per riscaldare e per riscaldare, consente di utilizzare sistemi più sofisticati, come il solare termico o le pompe di calore, ma questi funzionano (bene) solo quando il fabbisogno energetico è ridotto, o meglio adeguato alle esigenze del contesto, della città, del territorio, del clima o di quello che, con un certo romanticismo di quanto studiavo, veniva chiamato Genius Loci, terminologia buttata nel cestino di fronte alla realtà, e non solo quella professionale, ma che scopro essere presente nei testi e manuali di architettura degli anni sessanta del XX secolo, in particolare nella letteratura tecnica statunitense (eh sì quegli spreconi degli americani) ed in Europa, ma anche negli anni trenta, ed a fine ottocento, e volendo anche prima in Leon Battista Alberti ed in Vitruvio, se vi piace questa tassonomica versione romantica della manualistica. Solo i Manuali del CNR e del Neufert, con l’algebrica necessità del primo dopoguerra, di fornire poche informazioni e costruire in fretta, se ne sono dimenticati.
La presa di corrente e la fiamma non sono altro che la parte terminale di un lungo percorso, che scavalca nazioni e popoli, che accavalla storie e territori, un percorso protetto e combattuto dai carri armati, così vale la pena pensare che se si riduce (anche) la domanda di energia dovuta all’architettura, si riduce (anche) il numero di carri armati.
Per questo l’architettura ha a che vedere con i carri armati, non è una moda, non è (solo) una questione termodinamica (che poi è la mia fissa), è una questione architettonica, una questione di civiltà.
Kristian Fabbri
(Riproduzione riservata. Il materiale contenuto è consultabile e riproducibile a patto di citarne fonte ed autore ed i relativi link)
Oggi, mentre tornavo da Bologna, in autostrada, mi è tornato in mente tutte le volte che ho visto la stessa strada dal Cacciamali, durante il militare, per andare a suonare ai giuramenti a Senigallia, e quanto quel periodo sia stato inutile, non solo per l’astio verso i giovani commilitoni, così eccitati dall’essere fuori casa da non avermi fatto dormire, ma anche perchè è stato il periodo più lungo, in cui non ho avuto a che fare con donne, non che ce ne fosse che, ma dieci mesi, non ci avevo mai pensato, così mi son venute in mente quelle che ho conosciuto, senza nomi o volti, alcune le porto dietro ancora, da più della metà della mia vita, altre da qualche settimana, ed è come se fosse da sempre, altre le ho frequentate per qualche ora, mese, anno, e poi perse, diverse età, le loro e la mia, diversi contesti, e quello che mi è venuto in mente, al confronto con i dieci mesi maschili, è la loro capacità, se vogliono, di gestire il tempo in maniera diversa, non son sicuro se potrò mai abituarmici del tutto, ma hanno la capacità, dopo silenzi, strappi, idiozie, hanno la capacità di rammendare, ma non l’immagine della servetta china sui vestiti, ma il rammendare in senso più generale, la capacità, se vogliono, di cercare di rimettere insieme, se vogliono, i lacerti di un discorso, come se non si fosse interrotto, questa capacità mi manca, per questo confido siano loro a trovare i lembi strappati, e poi son passato al “rammendo delle periferie”, lo slogan del Senatore Renzo Piano, uno slogan e come tale sintetico, persino banale, ma in quel rammendo, nella capacità di ricucire tempi diversi, errori e strappi del territorio c’è la sfida dell’architettura, l’architettura una parola declinata al femminile, che dovrebbe essere sintesi della capacità di organizzare, ma che vede come protagonisti gesti virili, risolutivi, immediati, nel tempo e nello spazio, e forse il rammendo richiede competenze che ancora non sono date al governo della città, alla progettazione degli edifici, un tempo che abbia in se la capacità tecnica e la pazienza, che si eserciti (evidentemente sta cosa del militare era ancora nella mia testa), dicevo che si eserciti nella durata,
Kristian Fabbri
(Riproduzione riservata. Il materiale contenuto è consultabile e riproducibile a patto di citarne fonte ed autore ed i relativi link)
I risultati della ricerca svolta nella tesi di Laurea sull’Asilo Diana di Reggio-Emilia.
il link l’articolo è a pg.88:
http://issuu.com/edicomedizioni/docs/ps33_completo?e=2058319/5997134
Articolo di Francesca Siroli sulla ricerca svolta presso la Biblioteca Malatestiana pubblicato sul Resto del Carlino – Cesena 8 dicembre 2013. Qui il pdf.
In questo post riporto (tradotto da me) estratti dell’articolo “Building don’t use energy: people do” di Kathryn B.Janda (Environmental Change Institute, Oxford university) pubblicato su Architectural Science Review 54:1 del 2011.
Nel paragrafo “Use and misure of buildings” riporta:
Come le persone scelgono di usare gli edifici ? Vi sono un’ampia gamma di teorie su come gli individui decidono di utilizzare le proprie case. Alcune di queste teorie sono basate su un “information deficit model”. Altri studi assumono che le abitudine, pratiche e norme, sono la combinazione di aspetti sociale e fattori culturali non facilmente individuabili. Nella sfera della politica e della comunità dei ricercatori in ambito energetico il modello dominane è l’ “information deficit model”. La consapevolezza e l’educazione son i principali strumenti per dominare il deficit di informazione e correggere le abitudine degli abitanti. (…) In molte abitazioni, tentare di comprendere gli usi energetici in modo adeguato è come se si facesse shopping in un negozio di alimentari, senza conoscere i prezzi di ciascun prodotto e ricevendo il conto solo alla fine del mese. In assenza di informazioni specifiche, i residenti che chiedono di ridurre i propri consumi fanno fatica a valutare i costi ed i benefici delle proprie azioni. Le ricerche svolte in differenti contesti, da 25 anni a questa parte, evidenziano che se si fornisce un feedback sugli usi energetici che riduca il gap di informazione sia ha una riduzione dei consumi.
Il risparmio può andare dal 5-15 % nel caso di feedback diretto a 0-10 % nel caso di feedback indiretto.
(…) Sebbene il feedback approccio sia utile, esistono altri fattori che influenzano l’uso di energia negli edifici. [L’approccio proposto] suggerisce che le abitudini degli usi energetici delle persone sono di tipo “idiosincratico” piuttosto che ragionevole e prevedibile. (…)
Un altro importante pezzo del puzzle per comprendere gli usi energetici è il basso livello di conoscenza esistente riguardo le questioni energetiche. Il “information deficit model” ritiene che le persone sono cognitivamente preparate a partecipare nelle decisioni energetiche.
Building as Pedagogy
L’educazione dovrebbe partire a scuola. Nonostante pochi studenti diventino progettisti professionisti, tutti gli studenti usano gli edifici e continueranno a farlo fino a che vivono. (…) David Orr, per esempio, usa la frase “architettura come pedagogia” per descrivere la convinzione che si deve insegnare a partire dagli edifici (from building)e non solo negli edifici (all’interno di essi). [Nella situazione attuale] la popolazione tende a considerare gli edifici come un oggetto statico piuttosto che come un sistema dinamico.
(…) La storica dell’architettura USA Sarah Goldhagen suggerisce che la qualità degli edifici USA potrebbe essere migliorata se nelle scuole secondarie si insegnasse architettura piuttosto che le classi d’arte. [almeno io l’ho capita così, già il fatto che si insegni arte è positivo]. La proposta di Goldhagen ha come obiettivo quello di aumentare la comprensione della qualità estetica dell’architettura, ma iil punto è che gli studenti hanno anche molto da imparare sulla buona costruzione del’ambiente costruito
L’architetto Robert Kobet suggerisce che nelle scuole secondarie le dotazioni ed attrezzature possono essere progettate in funzione di una estensione del curriculum (scolastico). Per esempio i dispositivi di schermatura (tende, aggetti e simili) possono dimostrare la geometria del sole (del percorso solare) e potrebbero contribuire a stimolare l’insegnamento della matematica, della fisica e delle altre scienze.
[fine articolo]
Kristian Fabbri.
Al pari della divulgazione scientifica, e culturale in genere, penso sia necessaria una “divulgazione architettonica” che consenta di comunicare ai non addetti ai lavori, in primi i decisori politici e gli scienziati ed intellettuali mainstream che discutono sul paesaggio e sostenibilità, cosa significa lavorare nel settore delle costruzioni e fare architettura, costruire il paesaggio.
Perché è necessario divulgare e comunicare l’architettura ?
Come per la scienza e per l’arte, per i diritti civili e la convivenza democratica, così anche la comprensione delle strutture urbane, della composizione degli edifici, la cura e l’identità di un territorio o di un paesaggio sono competenze che vanno educate, dato che hanno un loro linguaggio.
Se una collettività non conosce, non ha cura (nel senso inglese di “care”) di un manufatto architettonico o di un paesaggio, non ci sono regole che tengono contro abusivismo e devastazione.
Quindi ?
I sei punti dell’articolo di David M.Eagleman “Why Public Dissemination o Science Matters: A Manifesto” (The Journal of Neurosceince, July 24, 2013 – 33(30): 12147-12149 sulla comunicazione della scienza costituiscono un utile riferimento per proporre un Manifesto per la divulgazione architettonica.
Riprendo i sei punti, adattandoli alla “Divulgazione architettonica”.
Manifesto per la Comunicazione dell’architettura (Bozza Versione 0.00)
1. Ringrazia chi ti finanzia (Thanks your funders)
L’architettura è un’attività economica, che prevede una committenza, pubblica o privata, che finanzia e che necessita dell’opera costruita. Come spesso ci ripetiamo tra architetti, un brutto quadro posso deciderlo di non andarlo a vedere un brutto libro posso decidere di non leggerlo, ma un brutto edificio resta in città per anni. Il committente è il cliente e la collettività.
Il committente, le sue esigenze sono la ragione per cui si costruisce, e se queste sono sbagliate o dannose, vanno correte ed allo stesso tempo la “volontà espressiva” o il linguaggio del progetto deve essere condiviso. Il committente e la collettività non sta comprando un quadro o un soprammobile, ma un edificio che abiterà per buona parte della sua vita, e che rimarrà in piedi per decenni modificando il paesaggio e la città.
2. Ispirare e stimolare il pensiero critico (Inspire critical thinking)
3. Controlla il flusso della cattiva informazione (Stem the flow of bad information)
4.Informare la politica pubblica (Inform public policy)
5. Chiarire cosa è e cosa non é architettura (Clarify what science is and is not)
6. Condividere la bellezza e la fatica del fare architettura (Share the raw beauty of scientific pursuit)
Kristian Fabbri